La chiesa

Non ci è dato precisare la data di nascita della nostra chiesa, ma già nel 955, in un inventario dei suoi beni, risulta avere una particolare dignità ed essere la chiesa del territorio campagnolo di Molassana. In un altro documento del 1001 c’è un riferimento ad una ecclesia, ma non ci sono altri dati che possano autorizzare a supporre che si tratti della chiesa di San Siro, mentre in un documento che risale al 1025, in cui il Vescovo Landolfo affida un monastero ai benedettini, specificando che la pieve dedicata a San Siro non è sotto l’autorità dei monaci. Dai documenti emerge quindi la presenza di due chiese distinte che per un certo periodo convissero: la domanda che ci si pone è quale delle due sia quella odierna.

Se la vita della chiesa monastica fu assai breve – non abbiamo infatti ulteriori notizie documentarie oltre il diploma vescovile -, la vita della pieve era invece molto vivace: già alla metà del XII secolo aveva sotto di sé le rettorie suffraganee di molte chiese vicine. Inoltre il 21 agosto 1296 papa Bonifacio VIII concesse quaranta giorni di indulgenza a coloro che avessero visitato per otto giorni consecutivi la chiesa nel periodo della festa in onore del Santo.

Non abbiamo documenti che attestino interventi edilizi sulla chiesa, che presumibilmente mantenne la struttura originaria fino alla visita apostolica, nel 1582, di Monsignor Francesco Bossio; egli rilevò l’inadeguatezza dell’edificio rispetto alle nuove disposizioni tridentine, in ottemperanza alle quali era necessaria la costruzione di un battistero secondo le forme prescritte, a immagine di quello di San Giorgio di Bavari, l’ampliamento dell’altare maggiore, le modificazioni degli altari laterali e l’edificazione di una sacrestia con armadio ove riporre i paramenti sacri. Ci mancano documenti che attestino i termini entro cui tali modificazioni dovessero avvenire, è certo però che questo fu il primo atto di una trasformazione che cambiò l’aspetto medievale della chiesa conferendole una immagine sempre più conforme al nuovo gusto barocco imperante, di cui la Chiesa si stava appropriandosi per dare la nuova immagine di sé.

Già nel 1658 si era costruita la volta della navata centrale e due anni dopo si stava provvedendo alle volte delle navate laterali, ma l’opera di rinnovamento raggiunse il suo acme nel XVIII secolo, periodo in cui vennero alterati i rapporti spaziali: le strutture romaniche diventarono la base su cui sviluppare tutti gli orpelli settecenteschi: stucchi, dipinti, tele, volte e altari marmorei nascosero le antiche pareti in pietra. Parimenti fu completamente stravolta la parte presbiteriale: con lo sfondamento del catino si elevò l’abside maggiore, nella quale furono aperti due finestroni che eliminarono le monofore, e in cui si collocano il coro in noce e un grande altare marmoreo; le absidi laterali furono chiuse e così anche l’ultima campata di ogni navata; all’altezza delle quali si crea una balaustra in marmo; esternamente venne costruita, addossata all’abside maggiore e a quella di sinistra, una sacrestia comunicante con la canonica a mezzo di un cavalcavia a due luci a tutto sesto, che sacrificò metà dell’abside destra. Tutto ciò conferì alla chiesa una curiosa commistione stilistica che vedeva fiorire, su una struttura medievale, un’interpretazione spaziale barocca, che fu poi completata con la realizzazione, nel 1864, di un pavimento marmoreo rialzato che copriva le basi delle colonne.

Nel 1747, a causa della rivolta anti austriaca che colpì anche la chiesa di San Siro andò bruciato l’archivio, e i saccheggiatori trafugarono le campane alla cui reintegrazione si provvide in breve tempo: già nello stesso 1747 si registra la spesa sostenuta per riparare il tetto della chiesa rovinato dalle campane precipitate dallo campanile e portate via dai nemici; e nel 1750 furono acquistate e ricollocate nel campanile due nuove campane e successivamente una terza ed una quarta. Tali campane furono nuovamente sostituite nel 1851 da quattro più grandi che per la loro sistemazione causarono la scomparsa delle trifore della torre campanaria al posto delle quali furono aperte ampie finestre con arco a tutto sesto. Parallelamente sulla facciata principale vennero aperte due finestre quadrate ai lati ed una a serliana al centro, tutte incorniciate da conci bianchi e neri alternati.

Se a partire dalla visita di Monsignor Bossio e fino al XIX secolo si intervenne per alterare la struttura originaria della chiesa, a partire dalla fine dell’Ottocento si interviene per volto proprio per far riemergere, laddove erano solo accennate, o a ricostruire, laddove era necessario, l’antica struttura romanica.

Il primo ad interessarsi delle sorti della chiesa fu Alfredo D’Andrade, direttore dell’Ufficio regionale per la Conservazione dei Monumenti del Piemonte e della Liguria, che nel 1883 compì rilievi e schizzi per ridare alla chiesa il suo primitivo aspetto.

Il 27 aprile 1900 la fabbriceria si riunì e deliberò gli interventi più impellenti: era la stessa stabilità dell’edificio ad essere compromessa, tanto che si decise di chiudere la chiesa ed utilizzare l’attiguo oratorio per le celebrazioni religiose.  Due mesi più tardi, il 20 giugno, un nuovo rilievo constatò una grossa spaccatura, che dalla sommità della facciata la solcava fino all’architrave del portale, e altre fenditure dovute all’apertura di finestre e di nicchie per gli altari laterali, che avevano causato uno spostamento di 15 centimetri del muro laterale.

Per un restauro della chiesa era quindi necessario, sia dal punto di vista funzionale sia da quello estetico, rimuovere le sovrastrutture ed eliminare tutte le aperture, ripristinando le antiche monofore.

Nonostante la situazione disperata in cui versa la chiesa, e i due appelli congiunti del parroco e dell’ingegnere che seguiva i lavori volti a sollecitare il ripristino delle antiche strutture di cui ormai restavano solo alcune tracce, dovettero passare ancora vent’anni perché i lavori cominciassero davvero: solo nel 1921, infatti, si intervenne sulle lesioni più gravi del muro meridionale, ed entro i due anni successivi ricomparivano già due monofore.

In una nota del 30 giugno 1924, il soprintendente Terenzio confermò l’esecuzione dei lavori preventivati e, entro la fine dell’anno, l’allora parroco don Vittorio Chiesa comunicò l’avvenuta ricostruzione del tetto, la riparazione della cuspide della facciata, il ripristino dei muri laterali della navata centrale – con la rimozione di ben 44 metri di cornicione -, e la chiusura dei finestroni, con la reintegrazione delle quattro monofore. I lavori sono costati 90. 000 lire, la parrocchia ha un debito di 8.000 lire, ma molto resta ancora da fare: il completamento delle navate laterali, il restauro delle tre absidi, del campanile e la costruzione di una nuova sacrestia.

Il completamento del restauro è opera realizzata nel dopoguerra e si è protratto fino al Duemila; i lavori vennero condotti dalla Soprintendenza sotto la sorveglianza dei professori Raitano e Dillon. Gli interventi, volti a riconferire all’edificio il suo aspetto originario, rimossero tutti gli elementi aggiunti o modificati nei secoli precedenti e ricostruirono ciò che era irrimediabilmente perduto, sulla base di studi e comparazioni con edifici analoghi e coevi.

Già l’11 maggio 1954 don De Micheli comunicava alla Soprintendenza l’elenco dei lavori eseguiti: l’abbassamento del pavimento, il ritiro delle campane dai finestroni, l’apertura delle bifore nel campanile, la rimozione del vecchio orologio, il ripristino della zona absidale e la riparazione del tetto; per tutto ciò la spesa sostenuta fu di 1˙184˙374 lire.

Si continuò con la demolizione del soprapasso, l’eliminazione della sacrestia dietro l’abside laterale, con il conseguente l’abbassamento della copertura di tutte e tre le absidi. Nell’ottobre del 1959 il campanile fu consolidato e nel 1961 furono pagati 2˙000˙000 di lire per la ricostruzione della guglia, secondo forme che furono assai criticate e per la pavimentazione interna della chiesa realizzata in cotto.

Si procedette quindi alla sostituzione dell’arredo baroccheggiante con opere in stile antico, che si accordassero con il nuovo volto che la chiesa andava a mano a mano riacquisendo: il 15 aprile 1963, giorno del Lunedì dell’Angelo, l’arcivescovo Giuseppe Siri consacrava il nuovo altare

Se gli anni ’60 videro la realizzazione di questa serie di opere che contribuirono a ricreare un arredo consono a un tempio che stava riacquistando la sua immagine medievale, gli anni ’70 videro un progressivo aggravarsi delle lesioni delle strutture murarie: appena nominato, il nuovo arciprete don Antonio Vidinich, in una lettera del 16 agosto 1973, constatò e denunciò le gravi lesioni delle murature.

Dopo un lungo iter di preventivi, progetti, lettere e richieste tra la Parrocchia e la Soprintendenza, ad aprile del 1988 iniziarono i lavori di imbrigliamento delle acque, sottomurazioni, consolidamento delle fondamenta con iniezioni cementizie, ripristino del tetto e realizzazione del piazzale con uno sbancamento di circa 70 centimetri, per riportarne il livello alla quota originale: si preventivarono due anni di lavoro e 700˙000˙000 di lire di spesa. Si previde inoltre, a fine lavori, una pulitura manuale dei ferri e di tutti i paramenti murari esterni per rimuovere le impurità dovute agli agenti atmosferici e asportare le muffe e la piccola vegetazione che avevano attaccato le pareti.

Nonostante le difficoltà economiche, ma grazie alle risposte positive ai numerosi appelli di sovvenzione, già il 30 novembre 1990 furono completati i lavori di copertura; il ciclo di interventi di consolidamento delle strutture terminò nel 1994 con il compimento del restauro interno del campanile.

Esternamente venne realizzato il piazzale a scacchiera, formata da quadrati di ciottoli bianchi e neri, con una soglia semicircolare in mattoni disposti a spina di pesce; la pavimentazione in corrispondenza del lato destro e del retro è sempre ciottolato, ma composto da pietre più grandi e di colore grigio-bruno.

Un secolo di lavori ha riconferito alla chiesa la sua antica immagine, forgiata secondo i canoni dell’estetica medievale e intrisa, negli spazi e nella struttura, del pensiero filosofico religioso proprio del tempo. Costruita in conci regolari di arenaria grigia, pietra tipicamente locale, la chiesa è a pianta basilicale, divisa in tre navate, terminanti con absidi semicircolari.

La facciata è movimentata da due lesene, che la tripartiscono, ed è alleggerita da un rosone, da due monofore e dal portale centrale architravato leggermente strombato.

Il campanile, che imposta sull’ultima campata della navata destra, è una torre alta 32 metri la cui massa muraria è alleggerita da un ordine di trifore e da uno di bifore sotto alle quali si trova un orologio.

Anche le absidi impostano su un basamento a spigolo smussato, sono coronate da archetti pensili ed hanno cinque monofore: tre nell’abside centrale e una per ciascuna abside laterale.

Internamente la chiesa è divisa in tre navate che procedono verso l’abside con sette campate a tutto sesto rette da colonne a rocchi regolari, che impostano su un basamento quadrangolare e che culminano con un capitello sferocubico, privo di ogni elemento decorativo. Il tetto, a capriate lignee, è frutto di una libera interpretazione in fase di restauro, così come il rosone e il gradino che solca orizzontalmente la chiesa.

La semplicità delle forme, il pavimento in cotto e l’arredamento molto sobrio contribuiscono a ridonare alla chiesa la sua austera bellezza, per molti anni celata da una ridondante ornamentazione.

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